LIDIA MACCHI, AL VIA IL PROCESSO BINDA

Era il 15 gennaio 2016 quando venne arrestato Stefano Binda con l’accusa di aver ucciso con 29 coltellate Lidia Macchi, la studentessa trovata morta nei boschi di Cittiglio, sopra Varese, il 5 gennaio ‘87

Da quel giorno Binda, che si è sempre proclamato innocente, si trova in carcere a San Vittore e nonostante sia dimagrito di parecchi chili, continua a chiedersi il perché si trovi lì.

Poco dopo il suo arresto è stata disposta la riesumazione della salma di Lidia avvenuta il 22 marzo 2016. E’ stato isolato un capello trovato sul corpo della giovane vittima. E’ possibile che appartenga a Stefano Binda oppure è di un’altra persona non per forza coinvolta nell’omicidio? Inoltre sono al vaglio tracce biologiche recuperate sotto le unghie della ragazza. Il materiale è stato affidato all’anatomopatologa Cristina Cattaneo che ha raggruppato peli e capelli per effettuare una comparazione con il dna prelevato all’accusato. Si cercano tracce di sostanze organiche anche su un piccolo anello che Lidia portava al dito , isolato dai resti.

Ma dov’è l’arma che ha ucciso la povera Lidia Macchi? Prima è stato ispezionato il Parco Mantegazza di Varese, senza risultati. Poi la zona del Sass Pinì a Cittiglio, dove è stata trovata la ragazza. Per diversi giorni gli agenti della mobile e i militari dell’Esercito hanno scandagliato l’intera zona senza trovare nulla di interessante.

Una zona impervia, quasi spettrale, come quella notte di oltre 30 anni fa quando Lidia fu uccisa brutalmente dopo essere stata violentata. Secondo gli inquirenti la ragazza fu costretta  a subire un rapporto sessuale ed ecco perché sono in corso accertamenti anche su un frammento dell’imene della povera Lidia per cercare di recuperare una traccia biologica.

L’ha uccise per punirla dopo averla stuprata. Questa la tesi del Pm nell’accusa a Stefano Binda, per il quale l’inchiesta svolta negativamente a suo carico quando una donna, Patrizia Bianchi, amica d’infanzia sia di Lidia che di Stefano, legge su un quotidiano una lettera recapitata a casa Macchi il giorno del funerale della ragazza, il 10 gennaio 1987.

La donna riconosce la grafia di Binda  e consegna alcune cartoline che lui le aveva spedito negli anni ’80. Una perizia accerta che a scrivere le cartoline e la poesia è la stessa persona.

Ma non c’è soltanto la lettera anonima “In morte di un’amica”. Numerose missive sono state recapitate a casa Macchi negli anni. Una di queste fu imbucata a Vercelli il 21 gennaio ’87 e su un lembo della busta vennero trovate tracce di dna femminile che non corrisponderebbero a nessuno di quelli presi in esame nell’inchiesta.

A distanza di 30 anni sono ancora molti i dubbi da chiarire di questo omicidio che sconvolse la provincia di Varese e che segnò profondamente la famiglia Macchi. La madre, Paola Bettoni, ha sempre detto di voler cercare il colpevole e non un colpevole per far riposare in pace la povera figlia, uccisa a 20 anni con quasi 30 coltellate su tutto il corpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here