Esclusa l’aggravante dei futili e abbitti motivi, mai riconosciuta quella della premeditazione. L’unica aggravante rimasta è quella del legame di parentela, ma sono state riconosciute le attenuanti generiche. A pesare la defaillance cognitiva e l’asfissiante morbosità mediatica. Queste le motivazioni per la condanna a 24 anni ad Alessia Pifferi, oggi 40enne, che nel 2022 lasciò morire di stenti la figlia di un anno e mezzo Diana, abbandonandola nel suo appartamento di Ponte Lambro per 5 giorni. A spiegarlo i giudici della Corte d’appello di Milano. I giudici hanno tenuto conto del “clamore mediatico subìto e, diciamo pure, sofferto’’, dalla donna nei cui confronti “è difficile negare la “lapidazione verbale”. Cosi è scritto tra le 193 pagine, in cui viene riconosciuta ‘’l’eccezionale gravità” della vicenda, ma secondo i giudici “vi sono connotazioni che non possono essere ignorate”, tra cui una “metamorfosi” della donna, per via di un “processo televisivo”, evidenziando che il caso “è divenuto per lo più oggetto di (…) processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento”. Un processo televisivo che avrebbe avuto conseguenze devastanti sulle condotte dei teste: la madre della donna, Maria Assandri, e la sorella Viviana Pifferi, divenute inflessibili accusatrici. A loro la Corte non risparmia un’analisi, attraverso ampi stralci di perizie, della condizione di “estrema marginalità” economica e morale in cui Alessia bambina è vissuta fino all’età adulta. Con una famiglia che le avrebbe impedito di studiare, ignorando i marcati deficit della figlia ostacolando gli interventi di specialisti e servizi. Si legge ad esempio: ‘’pensa che una figlia che riesce a prendere l’unica sufficienza in Educazione fisica possa tranquillamente mettere in secondo piano il percorso scolastico per fare la piccola dama di compagnia E le faccende domestiche”. ‘’Un unicum in ogni suo aspetto fattuale e, quindi, anche giuridico” Così, Alessia Pifferi, è stata definita.