La parola, ora, passa all’autopsia. Martedì, l’esame sul corpo di Abdherrahim Mansouri, dovrà chiarire cosa sia davvero accaduto nel boschetto della droga di Rogoredo quando, durante un controllo di polizia, il giovane 28enne di nazionalità marocchina, è caduto sotto il colpo di pistola esploso da un agente. L’accertamento sarà svolto dall’equipe di Cristina Cattaneo. Il suo esame dovrà poi essere incrociato con i risultati della consulenza balistica, fondamentale per determinare la distanza da cui il poliziotto ha sparato. Distanza che al momento risulterebbe essere di circa 30 metri. Nelle indagini anche la ricerca di telecamere e immagini che possano aver immortalato elementi importanti. Al vaglio anche l’analisi dei telefonini e gli accertamenti tossicologici eseguiti sia sulla vittima che sull’agente. Un puzzle di perizie che dovrà essere confrontato con la versione del poliziotto. Davanti agli inquirenti ha raccontato di aver reagito perché si è sentito in pericolo. Una sorta di legittima difesa che lui, al momento indagato per omicidio volontario, avrebbe sostenuto durante l’interrogatorio in Questura. Intanto proprio dal passato del poliziotto emerge un episodio poco chiaro: un presunto caso di fabbricazione di prove false contro uno spacciatore, tunisino di 21 anni, arrestato al Corvetto nel maggio del 2024. Al centro, un verbale che conterrebbe “ numerose affermazioni che coincidono con quanto si può invece vedere dalle telecamere di sorveglianza”. Insomma quanto messo a verbale non coinciderebbe con i fatti. A scrivere è il Tribunale di Milano nelle motivazioni della sentenza depositata un anno fa con cui il 21enne venne assolto dall’accusa di spaccio. Un documento che ora è in mano agli inquirenti che indagano sui fatti di Rogoredo al fine di valutare condotte penalmente rilevanti nei confronti dell’agente. Scrive chi indaga. Verifiche che allo stato, non avrebbero fatto emergere nulla di compromettente a carico dell’agente coinvolto.